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Don Mario Borrelli fù uno dei personaggi
più noti nel dopoguerra napoletano: allo scopo di
salvare dall'abbandono i ragazzi, che, a
migliaia, pululavano nelle strade di Napoli, il
giovane sacerdote si travesti da scugnizzo, si
conquistò la fiducia dei suoi giovani amici,
diventando a tutti gli effetti uno di
loro.
Mario Borrelli nacque a Napoli nel
1922, nella zona del Porto, un quartiere di
lavoratori in metalli preziosi. Il padre e un
fratello doratori; un altro orafo. Le donne di
casa esperte in brunitura dei metalli. Egli il
penultimo di 5 figli, con due sorelle. Per la
precaria situazione finanziaria accettarono in
casa uno zio e un
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cugino, forniti di mezzi di sostentamento. A
8 anni in una bottega di barbiere, galoppino, ritirava il
caffè al bar per i clienti. Qui conobbe Don Nobilione, un
prete, che pagò le spese dell’istruzione solo il primo anno,
perché rimase privo di mezzi. La madre si adoperò per trovare
il denaro. Furono anni difficili, di pene e di sacrifici. Nel
1940, a 18 anni, fu ammesso al Seminario Maggiore di
Capodimonte, dove trascorse 7 anni. Durante il periodo del
seminario, si legò con Ciccio, poi Don Spada, che sarebbe in
seguito entrato nella sua vita esterna. Nel 1946 uscì dal
Seminario ed assunse tre mansioni: nel Comitato dell’anno
Santo, insegnante e, con una chiesa mobile, trasformata una
autoambulanza inglese in cappella, si recava in periferia per
amministrare i sacramenti e celebrare la messa con gli operai
delle fabbriche. L’incontro con Ciccio una mattina in tram dà
il via al progetto di aiutare gli scugnizzi di Napoli, che
prevede di fornire loro vitto ed alloggio e iniziarli ad
attività lavorativa. Terminata la guerra, Napoli si andava
trasformando per la ricostruzione. Vi era un problema
giovanile: molti minori, dediti al furto, spesso autori di
forme di aggressività. Gli scugnizzi erano senza famiglia,
perché figli di genitori morti sotto i bombardamenti o figli
di prostitute o orfani abbandonati nella ruota
dell’Annunziata. A questi si affiancavano giovanotti, che
volendo una dimensione diversa di sopravvivenza andavano via
da casa per le situazioni di disagio in famiglia non sempre
delle migliori. |
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La
teoria di Borrelli era che lo scugnizzo non è un delinquente.
Il ragazzo, che vive per strada, ruba per sopravvivere.
Pertanto, se viene sfamato, non ha più interesse a
rubare per vivere. Borrelli pensò che se fosse entrato nel
gruppo, avrebbe avuto molte notizie utili per capire la
problematica. Dopo non poche manovre di diplomazia, Don
Mario riuscì ad avere il permesso dal Cardinale di
vestirsi da scugnizzo ed infiltrarsi tra loro. Al suo
amico Ciccio il superiore nego’ il consenso. Don Mario
si trovò nell’avventura, solo con Salvatore, che per le
strade di Napoli, fotografava la vita notturna. Da
questo momento Borrelli è prete ed insegnante di giorno e
scugnizzo di notte. Ciò gli procurò problemi, tanto vero
che spesso s’addormentò sulla cattedra, nonché di non
avere nulla da raccontare agli altri della banda su come
aveva trascorso la giornata e su come si era procurato
il bottino. Non fu facile essere
accettato. Infatti dovette dimostrare capacità di
lottatore. Ad ogni modo divenne ufficialmente uno
scugnizzo. Individuò il capo della banda, uno che sapeva
usare bene il coltello. Quando Borrelli capì
di essere in grado di potersi difendere e di
dimostrarlo, litigò con il capo e, battendolo, gli venne
riconosciuto il ruolo di capobanda. Da quel
momento cominciò a vivere, agire e pensare come uno di loro,
scoprendo un mondo in cui questi ragazzi inventavano di
tutto per vivere: dal furto alla raccolta di cicche, al
piccolo imbroglio, Intanto riuscì ad avere la chiesa di
S. Gennaro a Materdei, sconsacrata nel periodo post bellico,
che i tedeschi avevano usata come deposito di armi, e,
con l’aiuto di volenterosi del |
quartiere, incominciò a
trasformare in centro di accoglienza. Gli si affiancò il prete
Pasquale. Con stratagemmi, attirò gli scugnizzi a Materdei
con la promessa di cibo e letti. I primi furono i
componenti della sua banda. Nel frattempo Don Mario
acquistò un carretto, che serviva a recuperare rottami di
ferro da rivendere a più alto prezzo. In seguito il
carretto divenne un biroccio e poi un camion che si occupava
di rottami, di abiti e calzature usate e altre cose da
rivendere per fornire un’entrata alla Casa. La Provvidenza
gli destinò il biglietto vincente della lotteria di Agnano,
che il proprietario non aveva ritirato. In breve la Casa dello
Scugnizzo fu conosciuta e la gente tese una mano. Alla
fine Don Mario, con l’aiuto del suo amico, che l’aveva
fotografato insieme agli scugnizzi, si presentò con
l’abito talare. Quando egli si dichiarò, i ragazzi ebbero
uno shock. I bambini reagirono con allegria. Dei più
grandi ci fu un gruppo che andò via, ma poi ritornò a distanza
di tempo, mentre un’altra parte sparì. Borrelli si rese
conto che la sua condizione di sacerdote gli impediva il
rapporto con l’utenza laica. Quindi in Inghilterra
frequentò la London School of Economics , master in Social
Administration and Social Work Studies. Gli dettero spazio
per organizzare i suoi lavori di ricerca e aiutato anche
economicamente. Così sorsero i comitati esteri, che
raccoglievano soldi per risolvere problemi immediati.
Borrelli, avuto il beneplacito della Curia di abbattere la
chiesa, dà il via alla costruzione dell’edificio attuale.
Costruita la struttura, la Curia se ne voleva
impossessare, chiedendo a Borrelli di esserne il direttore con
stipendio. Egli cambiò Ordine religioso e diventò
"Filippino" dell’Oratorio S. Filippo Neri, ordine che non dipende dalla
Curia. Nel 1967 smise l’abito talare, ma continuò nella sua
opera fino al 1996. Combattè anche a fianco dei baraccati
e delle prostitute.
“Oggi vedo molta prostituzione tra
il potere e la povertà ed i nuovi scugnizzi sono gli immigrati
extracomunitari, i nomadi, i profughi, che hanno preso il
posto dei disperati ragazzi di strada della Napoli del dopo
guerra!” E’ una delle sue ultime espressioni. |
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